L’AI nella sanità italiana sta passando dai convegni agli ambulatori. Il 29 ottobre i 53 Paesi della Regione europea dell’OMS, Italia compresa, hanno approvato all’unanimità la prima roadmap comune sull’intelligenza artificiale in sanità. Nelle stesse settimane le aziende sanitarie stanno firmando gli accordi per provare MIA, la piattaforma di Agenas che dà suggerimenti ai medici di famiglia.
Cosa è successo
La roadmap dell’OMS Europa è stata approvata a Copenaghen, alla 76ª sessione del Comitato regionale. Parte da una fotografia poco rassicurante: quasi due Paesi su tre usano già l’AI per la diagnosi, ma solo uno su quattro forma il personale che la usa e appena l’8% ha una strategia sull’AI pensata per la sanità. La linea è chiara: prima di diffondere uno strumento servono prove che sia sicuro ed efficace, e i pazienti devono sapere chi risponde se qualcosa va storto. Nel 2029 è previsto un primo bilancio.
In Italia il cantiere più concreto è MIA (Medicina e Intelligenza Artificiale), la piattaforma di Agenas finanziata dal PNRR. Serve all’assistenza territoriale, a partire dalle Case di Comunità: dà ai medici suggerimenti non vincolanti per la diagnostica di base, la gestione dei pazienti cronici e la prevenzione. Agenas ha previsto una sperimentazione con circa 1.500 medici di medicina generale volontari, in aziende sanitarie distribuite in tutto il Paese. Il calendario nazionale indicava tutto il 2026, ma i tempi locali sono diversi: l’Ausl di Piacenza, per esempio, ha annunciato a fine ottobre che i suoi otto medici partiranno a gennaio 2027, per 18 mesi. Secondo l’Ausl, MIA consulterà solo fonti scientifiche selezionate e non riceverà dati che identificano i pazienti.
Sullo sfondo c’è la legge italiana sull’AI, la legge 132/2025, in vigore dal 10 ottobre 2025. L’articolo 7 fissa quattro principi per la sanità: l’AI è un supporto, ma la decisione resta sempre al medico; non può selezionare l’accesso alle cure con criteri discriminatori; il paziente ha diritto di sapere che si usa l’AI; sistemi e dati vanno verificati e aggiornati per ridurre gli errori. L’articolo 10 affida ad Agenas la piattaforma nazionale, cioè quella che oggi si chiama MIA.
Cosa cambia per un’azienda italiana
Per chi lavora in sanità, le regole valgono già oggi, anche se la piattaforma pubblica è ancora in prova. Tre esempi.
Un poliambulatorio o uno studio medico privato
Molti studi stanno provando assistenti che trascrivono la visita, riassumono i referti o rispondono ai pazienti. Le domande da farsi sono semplici:
- Il paziente lo sa? La legge gli riconosce il diritto di essere informato. Una riga nell’informativa e una frase detta a voce costano poco.
- Dove finiscono i dati? I dati sanitari sono la categoria più protetta del GDPR. Un chatbot gratuito per i consumatori, in cui si incolla un referto, è il modo più veloce per avere un problema con il Garante. Servono versioni aziendali, con contratto, server in Europa e nessun riuso dei dati per addestrare i modelli.
- Chi decide? Un suggerimento dell’AI va trattato come il parere di un collega: utile, ma la firma resta del medico.
Una RSA, una farmacia, un centro di riabilitazione
Qui l’AI rende di più nel lavoro che non è clinico: turni, prenotazioni, magazzino, pratiche e rendicontazione. Sono usi meno delicati e spesso più redditizi. Restano due attenzioni: i dati degli ospiti e dei clienti sono comunque dati sanitari, e un sistema che decide chi ha la precedenza non deve discriminare nessuno.
Un’azienda che fa software per la sanità
Per chi sviluppa è il momento delle scelte. Un software che aiuta a fare diagnosi può essere un dispositivo medico, e in quel caso per l’AI Act è un sistema ad alto rischio, con obblighi di documentazione, controllo umano e verifica nel tempo. La legge 132 apre invece una strada per la ricerca: chi lavora in progetti con enti pubblici, IRCCS o enti non profit può usare dati sanitari senza elementi identificativi diretti, dopo averlo comunicato al Garante. È un canale da conoscere prima di cercare dati altrove.
Per tutti vale lo stesso consiglio: fare un elenco degli strumenti di AI già in uso, anche quelli che il personale usa per conto suo, e decidere quali tenere, con quali regole.
Il mio parere
La direzione è giusta: suggerimenti, non decisioni, e regole sui dati scritte prima che dopo. Quanto MIA aiuterà davvero i medici di famiglia lo diranno i risultati della sperimentazione, che per ora non ci sono. Per una struttura privata conviene muoversi adesso sulle cose semplici, cioè informativa, strumenti con contratto e formazione, e non aspettare la piattaforma pubblica per farlo. Se state valutando un progetto, possiamo parlarne.
Fonti
- UNRIC · 53 Member States of the WHO European Region adopt new plans on healthy ageing and AI in health
- AGENAS · Piattaforma di intelligenza artificiale: al via la collaborazione con Regioni e Province Autonome per la sperimentazione
- Libertà · L'intelligenza artificiale entra in ambulatorio: si parte da otto medici di famiglia piacentini
- Gazzetta Ufficiale · Legge 23 settembre 2025, n. 132 (disposizioni in materia di intelligenza artificiale)
Commenti
Ancora nessun commento. Inizia tu.
